La verità sul caso Harry Quebert

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Joel Dicker

La nave di Teseo, 2022

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Mi viene sempre più difficile parlare dei libri che ho davvero amato, è di certo una mia deformazione. Ma oggi, in occasione del mese dell’anno che per me è il più speciale, ho deciso di parlarvi del mio libro preferito in assoluto: La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker. 

Sì, lo so, vi ho già parlato di Dicker molte volte su questi schermi (trovate un articolo dedicato alla sua letteratura) ma vi giuro che se ogni sua singola opera non ne valesse la pena non continuerei ad assillarvi. 

La verità sul caso Harry Quebert, uscito in Italia prima per Bompiani (in un’edizione splendida) e oggi per La nave di Teseo, è un capolavoro assoluto del genere thriller. Con la sua mole leggera di circa ottocento pagine, ha conquistato i lettori di tutto il mondo tanto da essere adattato a serie televisiva con un bravissimo Patrick Dempsey (la serie è magistrale, guardatela se potete). 

Le premesse

Prima di iniziare ad intraprendere questo viaggio, questo libro richiede non poche premesse. La prima riguarda la stesura di questo articolo: come ogni altro articolo di questo blog, il contenuto di questo scritto – dopo un breve accenno di trama – contiene numerosi spoiler: in questo caso è davvero importante che lo sappiate perché una piccola anticipazione può rovinare irrimediabilmente la lettura. 

La seconda riguarda, invece, i temi del romanzo: La verità sul caso Harry Quebert affronta temi molto complessi come la pedofilia, la malattia mentale e l’omicidio. Non si tratta, dunque, di un romanzo da affrontare a cuor leggero e con delicatezza. L’ultima e, ahimè, doverosa premessa riguarda l’edizione oggi in commercio di questo romanzo. So che il primo approccio a La verità sul caso Harry Quebert può essere molto scoraggiante, ci si trova di fronte ad un’opera mastodontica e io ho più volte dimostrato insofferenza nei confronti delle edizioni prodotte da La nave di Teseo che sono ingombranti, costose, delicate e decisamente poco maneggevoli. Mi sento però di spingervi ad acquistare questo libro, magari in formato digitale (anche se è un piccolo gioiello) e soprattutto a non arrendervi di fronte alla mole, vi prometto che ne varrà la pena. Terminate le premesse, cominciamo.

Trama

Marcus Goldman è uno scrittore di successo, il suo primo romanzo è un best seller assoluto. Marcus è bloccato, non riesce più a scrivere, così decide di recarsi ad Aurora, la piccola comunità in cui vive il suo insegnante e amico Harry Quebert. Anche Harry è uno scrittore, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi secondo la critica: il suo romanzo epistolare, Le origini del male, è uno dei libri più letti in assoluto. Quando arriva ad Aurora, però, la vita dei due scrittori cambia per sempre: il cadavere di Nola Kellergan, quindici anni, viene ritrovato nel giardino di Goose cove. Nola è scomparsa senza lasciare tracce nel 1975. Harry viene immediatamente arrestato: Marcus, certo della sua innocenza, inizia la sua indagine.

Una tranquilla cittadina

Fu quella telefonata a dare inizio alla vicenda che turbò la cittadina di Aurora, nel New Hampshire. Quel giorno, Nola Kellergan, una ragazza del posto di quindici anni, scomparve. Non venne più ritrovata.

Quando Marcus, a bordo della sua auto di lusso, arriva ad Aurora – nel New Hampshire – non sa cosa lo aspetta.  Aurora è un posto che si dimentica: Marcus c’era già stato, ma l’aveva quasi rimossa, cancellata dalla sua memoria. Infondo, Aurora non è proprio nulla di che: poche case, grandi ville colorate ma infondo tutte uguali, strade alberate con l’asfalto al centro, ma alberi comunissimi e privi di storia. Un piccolo centro, una chiesa battista molto frequentata e forse un po’ ipocrita, una piccola libreria, una tavola calda che, come in ogni cittadina che si rispetti, diventa il centro del mondo ma che non è poi così buona né così accogliente. Le cameriere sono gentili, ma guardano malamente i turisti come Marcus. La vetrina di quella piccola libreria è colma di copie di quel romanzo ambientato proprio lì, o almeno in un posto molto simile. Ad Aurora si conoscono tutti, ma non è vero che non accade mai nulla, la città è semplicemente avvolta da quell’omertà che caratterizza i piccoli borghi, quella per cui nessuno parla, racconta, dice.

Per Marcus il cuore di Aurora è Goose cove, l’immensa villa sulla spiaggia n cui vive il suo mentore, Harry Quebert, e in cui ha imparato a diventare uno scrittore. Goose cove è meravigliosa, a picco sull’oceano. La casa pullula di libri e di oggetti che sembrano cozzare tra loro ma raccontare una storia. Nel patio di quell’immensa dimora, Harry e Nola hanno scritto quel romanzo maledetto, in quello studio polveroso e immerso nei libri Marcus scrive le prime parole della sua opera. Poi c’è il Clark’s, il centro di quel microcosmo che è Aurora, in cui Harry è prima amato e ben voluto, poi bandito. Anche la permanenza di Marcus al Clark’s è ambigua, perché anche lui è tanto detestato, come fosse semplicemente un’arteria di Harry. Nell’equilibrio del romanzo si innalza, come Hill house, la casa dei Kellergan, in cui tutto ha inizio. È una casa modesta ma carina, la dimora perfetta per uno stimato reverendo e la sua famiglia, con uno di quei piccoli giardini con l’altalena fatti a misura di bambino. Come tutte le cittadine felici, impeccabili, patinate, Aurora nasconde atroci segreti e nessuno dei suoi abitanti è davvero come sembra.

Amore o perversione?

E a quel punto, grazie a quella ragazzina di quindici anni mi resi conto che probabilmente non avevo mai conosciuto l’amore. E che sicuramente tantissime persone non l’avevano mai conosciuto. E che in fondo tutta quella gente si accontentava di sentimenti superficiali, si limitava alla comodità di una vita mediocre e ignorava quelle sensazioni meravigliose che probabilmente sono le uniche in grado di giustificare un’esistenza.

Ad essere al centro dell’intera vicenda – anche se si tratta di una retrospettiva, e questo è indicativo – è il sentimento che lega Harry Quebert a Nola Kellergan

Anche se rappresenta i tema più controverso e tragico del romanzo, l’amore proibito tra un uomo adulto – perlopiù un uomo stimato e affermato – e una ragazza di quindici anni viene rappresentato con complessità e, a tratti, con una penna ambigua: nella narrazione di Dicker – e, dunque, di Marcus – convivino lo scandalo morale che sembra colpire tutti i cittadini di Aurora e l’amore totalizzante che da anni divora le interiora di Harry come un parassita. La costruzione del romanzo, il modo in cui la narrazione procede sviscerando la verità, rappresenta a pieno questa ambiguità. Se all’inizio sembra che Harry veda in Nola la sua fonte di salvezza, una sorta di «musa» che gli restituisce ispirazione e capacità compositiva, al termine del romanzo – quando il segreto di Nola diventa lampante agli occhi del lettore – ci accorgiamo di come Dicker smonta la mitologia romantica rendendo lampante come l’egoismo di Harry vinca sull’amore per Nola. Nonostante lo scontro brutale con la realtà di Nola, nel ricordo di Harry ella continua a vivere come un angelo, come una figura eterea, irraggiungibile, Nola si trasforma in un ricordo deformato dalla nostalgia e dal rimorso.

Mi limitavo a dire che, in fondo, Harry era un uomo, e tutti gli uomini hanno dei demoni. L’importante era solo capire fino a che punto quei demoni fossero tollerabili.

È proprio quest’ambiguità del sentimento amoroso a definire Harry agli occhi del lettore. La versione di Harry dietro le sbarre, affranto e arreso, quella del presente, è profondamente diversa dall’immagine che vive nei ricordi del ’75, dall’immagine dell’uomo affascinante e carismatico che poteva conquistare Nola. Questo accade perché il ritrovamento del corpo di Nola ha demolito l’immaginazione di Harry, lo scontro con quanto accaduto – con la realtà del perire di Nola che passa da essere angelo a vittima – distrugge l’immagine ideale che ancora, nella mente di Harry, poteva vivere. È cruda forse quest’immagine, ma a mio parere efficace: nella mente di Harry, Nola può ancora essere una bellissima quindicenne con i capelli lunghi e lucenti che insegue le onde, mentre nella realtà è un cumulo di ossa. Venendo meno il suo ideale, la sua fantasia, Harry è un uomo demolito, distrutto dal crollo dei suoi stessi ideali oltre che dal lutto. 

Mia Nola, Nola tesoro, Nola d’amore. Che hai fatto? Perché volevi morire? L’hai fatto per colpa mia? Ti amo, ti amo più di ogni cosa. Non lasciarmi. Se tu muori, io muoio. Tutto ciò che mi importa della vita, Nola, sei tu. Quattro lettere: N-O-L-A.

È impossibile parlare di questo romanzo senza affrontare il tema della pedofilia. Una differenza d’età così ampia e il coinvolgimento di un personaggio minore nella relazione rendono questo tema spaventosamente vicino alla narrazione, tanto che in molti hanno visto – anche a causa di alcune scelte stilistiche – una certa somiglianza con Lolita di Vladimir Nabokov. È importante notare che Dicker non giustifica mai la relazione né la rappresenta come un «amore puro» o canonico, ma anzi la sottopone ad una continua interrogazione morale. Attraverso lo sguardo di Marcus – che qui funge da elemento d’oggettivazione – il lettore mette in discussione le visioni dei personaggi, Dicker sfrutta la distanza temporale e narrativa per impedire al lettore di identificarsi con Harry.

A questo si unisce il tema della controversa visione di Nola. Se, all’inizio del romanzo, la quindicenne vittima appare al lettore come una creatura piccola da proteggere e di cui preservare le azioni, al termine del romanzo la versione di lei – decisamente più consapevole e meno mitizzata – ci appare totalmente diversa e decisamente meno ingenuaNon siamo qui per criticare Nola – che resta una vittima e una ragazzina – ma è anche certo che a quindici anni la caduta dell’ingenuità sia del tutto possibile e, forse,  «normale». È in questo elemento che, forse, traccerei una contrapposizione tra Nola e Lolita: se Lolita è una bambina ingenua e in balia degli eventi, Nola è una giovane donna consapevole la cui vera natura – segnata dal trauma e da una dimensione psicologica instabile – è caratterizzata da una profonda instabilità. Non sto, ovviamente, in alcun modo giustificando le azioni di Harry, ma sto affermando che se in Lolita l’abuso appare lampante e disgustoso, in questo romanzo può davvero apparire come quella forma d’amore a cui Harry ha creduto per anni con fermezza.

Scrivere è come amare

Scrivere un libro […] è anche un atto di egoismo e di follia.

Ogni capitolo del romanzo è aperto da una «lezione» che Harry, in passato, ha impartito a Marcus per aiutarlo nel suo mestiere di scrittore e nella composizione della sua prima opera. Queste riflessioni splendide non hanno solo una funzione narrativa – dimostrare quanto Harry sia stato fondamentale nell’affermarsi della carriera di Marcus – ma rappresentano la spina dorsale teorica del romanzo. Con questi momenti fulminei, Dicker espone la sua poetica, secondo cui scrivere è un atto d’amore, di empatia, di coscienza e di elaborazione di sé. Frasi rapide e taglienti (come la citazione che vedete sopra) trasformano il romanzo in una riflessione continua sul significato stesso dell’azione narrativa: Dicker suggerisce che la scrittura non è solo un mestiere, ma un modo di vivere, di stare nel mondo. 

E vedrai, Marcus: qualcuno vorrà farti credere che i libri hanno a che fare con le parole, ma è falso: in realtà, hanno a che fare con le persone.

Uno dei temi più affascinanti del romanzo è la riflessione metaletteraria sul senso della scrittura e sull’essere scrittori. Il nostro Marcus, inizialmente autore di successo, attraversa un periodo di siccità artistica, tanto che l’indagine e il «caso Harry Quebert» sembrano arrivare al momento giusto. Scrivere passa, per Marcus, dall’essere un atto commerciale e una forma di guadagno – un tentativo disperato di inseguire il successo del suo primo libro – ad essere un mezzo di riscatto e di ricerca di sé. L’essere un «caccia bestseller» di Marcus si contrappone invece all’immagine di scrittore romantico che caratterizza invece Harry. Per Harry, la scrittura è sempre stata una forma d’amore, tanto che – nei numerosi insegnamenti che punteggiano il romanzo – tenta di impartire questa concezione a Marcus. Anche se Le origini del male lo ha consacrato negli annali letterari, Harry non è più uno scrittore, forse perché quella sua opera lo tormenta ancora a lungo. 

Marcus, gli scrittori sono esseri così fragili perché possono subire due tipi di dispiaceri sentimentali, ossia il doppio rispetto alle persone normali: le pene d’amore e quelle artistiche. Scrivere un libro è come amare qualcuno: può diventare molto doloroso.

Al termine del romanzo, la scrittura diventa una forma di espiazione per Harry e di memoria per Marcus. Scrivere significa affrontare la propria colpa, fare i conti con il proprio passato e con sé stessi (anche Marcus, in futuro, lo farà, all’interno di Il libro dei Baltimore) ma anche dare voce a chi non può parlare, come Nola. Il romanzo di Marcus, scritto con l’intento di difendere il suo maestro, diventa un atto di restituzione morale: attraverso la parola, la verità – o almeno, una forma – può tornare alla luce. In questo modo, la letteratura diventa un luogo di giustizia, di memoria e di comprensione, un templio perfetto in cui tutto questo può armonizzarsi e coincidere. Non manca, nel romanzo, un elemento di critica legato, probabilmente, anche all’esperienza diretta di Dicker. Vi è una certa critica, ironica e lucida, all’industria editoriale contemporanea, dominata solo da logiche di mercato e spinta solo dal desiderio del pubblico che è portato a vedere i libri non come raccolte di storie, ma come semplici prodotti da consumare. Attraverso alcune figure del romanzo – come l’orribile agente letterario di Marcus, ditemi se non è il personaggio più odioso di sempre – Dicker mostra un mondo in cui la verità e l’arte sono manipolate dal profitto e in cui un libro viene giudicato non tanto per la sua bellezza, quanto per la sua percentuale di vendibilità. È impossibile non sentire l’eco del passato di Dicker e della sua esperienza con il suo esordio, Gli ultimi giorni dei nostri padri, che ha immensamente faticato per vedere la luce. 

La caduta del maestro

La dinamica maestro – allievo è una delle più antiche della storia della letteratura. La troviamo già dalle origini, dai primi dialoghi platonici, fino alla letteratura più contemporanea, come Dio di illusioni di Donna Tart. Tra Harry e Marcus, come nelle storie più antiche, vige un rapporto di specularità per cui Marcus diventa il riflesso dell’anima di Harry, mentre l’uomo diventa il custode dei dubbi del ragazzo. Fino al suo ultimo viaggio ad Aurora, Marcus aveva sempre idealizzato Harry, rendendolo una figura partenza e un educatore morale, ma l’accusa e il procedere delle indagini lo costringono a fare i conti con l’umanità, spesso troppo fragile, di Harry. Focalizzandosi sul rapporto tra i due, La verità sul caso Harry Quebert diventa un romanzo di formazione che segue l’evoluzione – intellettuale, personale e spirituale – di Marcus che passa dall’ingenuità al disincanto, e dalla dipendenza totale alla maturità.

Nella lettura del romanzo, Marcus non permette mai al lettore di dimenticare gli elementi di somiglianza tra lui e Harry tanto che, per quanto Harry sia irriconoscibile ai nostri occhi, ci sembra di vederlo riflesso in quelli di Marcus. Entrambi sono due scrittori in crisi (anche se per ragioni diverse) alla ricerca della propria identità e di una certa ispirazione. Se Harry aveva insegnato a Marcus che «scrivere è come amare» perché lui aveva trovato nell’amore per Nola rifugio e ispirazione, Marcus trova nel legame con Harry – in quell’amore un po’ paterno – ciò che lo spinge alla scrittura. La sovrapposizione tra scrittura e amore porta, per entrambi li scrittori, ad una finale scomparsa, alla morte di Nola e alla fuga di Harry. In La verità sul caso Harry Quebert Marcus non abbraccia la banalità dell’allievo che supera il maestro, ma diventa colui che riscrive il maestro, che lo porta nuovamente alla luce trasformandolo in un personaggio. 

Architettura di simboli

La verità sul caso Harry Quebert è pienamente immerso nella letteratura di Dicker, semplice e scorrevole, ma si costruisce su una complessa architettura di simboli che, con il tempo, sono diventati emblematici e lo hanno reso un vero e proprio pilastro nella letteratura contemporanea. All’interno dell’articolo dedicato a Io non ho ucciso di Megan Lally ho sviscerato l’apparente somiglianza tra i due romanzi, e sono certa che le somiglianze non manchino in altre opere recenti.

Tra i principali simboli possiamo citare il manoscritto segreto – chi ha letto il romanzo sa – che rappresenta la memoria sepolta e la verità nascosta sotto la sabbia (vi cito il recentissimo Il romanzo di Marceau Miller che riprende questo elemento); l’immagine del mare come luogo sicuro e della casa di Aurora come cimitero del proprio passato, come un accumulo di oggetti che celano segreti inconfessabili (molto presente nella letteratura gotica). 

Nella costruzione dell’universo narrativo non mancano i riferimenti a diversi generi letterari a cui Dicker sembra avvicinarsi, anche se solo in punta di piedi: l’elemento della risoluzione del cold case è tipico dei romanzi thriller delle origini, vi è un certo richiamo religioso ed esoterico che abbraccia una letteratura più di nicchia ma ad essa si affianca una prorompente dimensione psicologica che affronta temi complessi e forse nel finale – e nella scoperta della verità su Nola – è possibile intravedere un riferimento a Psycho di Robert Bloch e ai prodotti ad esso connessi. Non manca poi la caduta del maestro – mito, decisamente presente in quei campus novel dal sapore autunnale e un pizzico di housewives literature che sta spopolando di recente con romanzi come Una strada tranquilla di Seraphina Nova Glass. 

Dramma del sospetto e collasso del mito

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una puntata di Pulp podcast in cui Raffaele Sollecito, uno degli accusati per l’omicidio di Meredith Kercher, racconta di come la sua vita sia stata stravolta dall’accusa, dal dramma di quanto accaduto. Il dramma del sospetto ha colpito la sua quotidianità, l’ha costretto a cambiare città, identità, frequentazioni. Non sono qui a fornire la mia opinione sulla figura di Raffaele Sollecito (non è il luogo adatto), ma lo menziono perché una cosa molto simile ed egualmente terribile è accaduta nel romanzo. Dalla libreria di Aurora spariscono le copie de Le origini del male, quella copertina splendida, quelle parole sentite, quelle lettere che si susseguono cessano di essere vendute, le persone nascondono le loro copie, fino a quel momento annotate, dietro altri libri, sul fondo di scaffali che accumulano ricordi. La targa con il nome di Harry Quebert si stacca, penzola da un solo chiudo sulla porta dell’università di Burrows, la nota sulla panchina del Clark’s viene svitata dalla proprietaria, la panca diventa una delle tante, non il luogo su cui è stato partorito un capolavoro. Nell’assistere alla decadenza del suo successo letterario e della sua grande opera, Harry si sente distrutto. Fa una valigia e lascia Goose cove, abbandonando all’interno tutte le sue carte, i suoi oggetti, tutto ciò che gli ricorda Nola e la loro vita insieme. Harry lascia il suo manoscritto, quel segreto che aveva custodito per anni, e corre via senza dire addio. 

«Harry, come si fa a sapere quando un libro è finito?” “I libri sono come la vita, Marcus. Non finiscono mai del tutto.» 

Ma è vero, nulla finisce del tutto. Marcus continuerà a cercare Harry per sempre, a cercare l’idea di lui, perché Harry era diverso da quello che Marcus sperava. Eppure, egli sente di dover ancora rendere giustizia a quell’uomo che gli ha insegnato l’arte di scrivere e quel modo genuino di amare. Decide così di scrivere Il caso Harry Quebertil testamento di Harry e soprattutto del suo amore per Nola. Chi ha cancellato Le origini del male, chi l’ha nascosto nelle librerie, chi ha smesso di leggerlo non ha pensato che in quel modo cancellava, lasciava in mano all’oblio, anche il ricordo di Nola. Nola amava quel romanzo con tutto il cuore, e di sicuro amava Harry.

Niente di ciò che ho fatto dopo di lei ha dato alla mia vita tanto senso quanto l’unica estate che ho trascorso con lei.

Quella che condivideva con Nola era l’unica vita che per Harry valeva la pena di essere vissuta. Una parte di Harry – del professore, dell’autore, dell’essere umano – è morta quel giorno, e il ritrovamento del corpo di Nola ha segnato per lui la fine di un’era, del momento felice, dell’occasione. Con Nola, Harry perde tutto, tranne il successo. Così si butta sul lavoro, sulle conferenze, sull’università, sulla scrittura. Ma può davvero il successo colmare il vuoto? Probabilmente no. Lo scopriamo al termine del romanzo, quando Marcus viene investito dal successo della sua opera, ma non riesce a sentirlo vicino, non riesce a sentirlo suo: Harry se n’è andato senza dare spiegazioni, senza giustificazioni e lui si sente terribilmente perso. A nulla servo il denaro che gli viene offerto né la critica che lo idolatra, i vuoti che la vita ti lascia, quella sensazione di smarrimento che non ti abbandona, fa di te un grande scrittore, ma forse un essere umano a metà. È proprio vero, dunque, quello che diceva Harry:

«Marcus, sai qual è l’unico modo per misurare quanto ami una persona?»

«No.»

«Perderla.»

E perdendo Harry, perdendo quello che per lui è il modello, cheMarcus capisce di averlo amato davvero. Soprattutto, però, capisce la fragilità della carriera: mentre chi hai amato, pur allontanandosi, rimane, quel successo che insegui con bramosia, quella ribalta che tanto si cerca, dura solo pochi istanti, è precario come un iceberg.

Nola Kellergan

Volevo riprendere un concetto importante che in qualche modo ho accennato nel paragrafo precedente. La verità sul caso Harry Quebert, così come l’opera scritta da Marcus, è un inno alla memoria di Nola. Quando i fatti di cronaca impazzano sui media, spesso dimentichiamo la vittima in favore di qualcosa che fa più audience o visualizzazioni. Si sa, gli assassini sono più affascinanti – ce lo insegna bene Carrère con L’avversario – e i sordidi retroscena piacciono di più agli spettatori rispetto ai semplici racconti di vite. Il compito di chi racconta vicende efferate, però, è sempre quello di ricordare le vittime, di non permettere che le loro esistenze, tragicamente volte al termine, vengano offuscate dal contorno. È attraverso l’opera di Marcus che Nola continua a esistere nella mente di miliardi di lettori, e che cessa di essere un mero angelo nella mente di Harry. Grazie all’opera di Marcus, l’omertà di Aurora non potrà oscurare Nola. È anche per sottolineare l’importanza del ricordo che Dicker costruisce una narrazione a più livelli che coinvolge attivamente il lettore. Come Marcus, anche chi legge ha il compito di ricostruire la verità per Nola a partire da quei frammenti e, soprattutto, dai silenzi. Il lettore diventa un investigatore, ma anche un protettore della memoria, che aiuta Harry a portare il peso di una vita intera. 


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